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Occasione religiosa: si
Occasione civile: si
Ricorrenza: si
Periodicità: annuale
Ai sensi dell'articolo 24 sexies della legge regionale n. 17 del 25 giugno 2013 e successive modifiche e integrazioni, la Regione Puglia, in attuazione dell’art. 2 del proprio Statuto, riconosce, valorizza e sostiene le feste patronali, in quanto espressione del patrimonio culturale immateriale regionale, riconoscendone la funzione culturale, sociale, identitaria, nonché la funzione di valorizzazione territoriale anche in termini di attrattività e di destagionalizzazione turistica. La Regione riconosce, valorizza e sostiene le feste patronali, quali feste liturgiche, correlate con la pietà popolare, dedicate ai Santi Patroni e ai Co-Patroni venerati nei Comuni della Puglia, connotate da antiche consuetudini e da altre attività di carattere culturale e approvate dall’Ordinario Diocesano. A tal fine, nel corso del 2025, con la deliberazione della Giunta regionale n. 512 del 16 aprile e la determinazione dirigenziale n. 83 del 17 aprile della Sezione Tutela e valorizzazione dei patrimoni culturali, la Regione Puglia ha dato avvio alla procedura per l'iscrizione delle feste patronali nell'apposita sotto-sezione dell'Inventario regionale del Patrimonio culturale immateriale della Puglia. Come si legge nella enciclopedia Treccani, il santo patrono è un santo, canonizzato dalla Chiesa, che una diocesi, città, comunità religiosa o un altro gruppo di fedeli, ha scelto come suo particolare intercessore presso Dio e che onora con speciale devozione. Questa elezione può essere stata determinata da varie ragioni storiche: ad esempio, il santo patrono è nativo di quel dato luogo, vi ha dimorato molto tempo, vi è sepolto, è appartenuto a quella comunità, ecc. Al contrario, esistono elezioni di santi patroni che non hanno una ragione storicamente chiara o si fondano su malintesi storici o leggende. (fonte:https://www.treccani.it/enciclopedia/santo-patrono_(Enciclopedia-Italiana)/) Nel "Direttorio su pietà popolare e Liturgia" si legge che "il giorno della festa del Santo riveste una grande importanza dal punto di vista sia della Liturgia sia della pietà popolare. In un medesimo breve spazio di tempo, numerose espressioni cultuali ora liturgiche ora popolari concorrono, non senza il rischio di qualche conflittualità, a configurare il “giorno del Santo”. (omissis) Il “giorno del Santo” ha anche una grande valenza antropologica: è giorno di festa. E la festa – è noto – risponde a una necessità vitale dell’uomo, affonda le sue radici nell’aspirazione alla trascendenza. Attraverso manifestazioni di gioia e di giubilo la festa è affermazione del valore della vita e della creazione. In quanto interruzione della monotonia del quotidiano, delle forme convenzionali, dell’asservimento alla necessità del guadagno, la festa è espressione di libertà integra, di tensione verso la felicità piena, di esaltazione della pura gratuità. In quanto testimonianza culturale, essa mette in luce il genio peculiare di un popolo, i suoi valori caratteristici, le espressioni più genuine del suo folklore. In quanto momento di socializzazione, la festa è occasione di dilatazione dei rapporti familiari e di apertura a nuove relazioni comunitarie. (fonte: Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Direttorio su pietà popolare e Liturgia. Principi e orientamenti, Città del Vaticano 2002, https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_20020513_vers-direttorio_it.html) Nel dicembre del 1899, Giuseppe Pitrè, nell'introdurre il suo "Feste patronali in Sicilia", avverte il lettore che "festa del santo patrono (omissis) è quanto dire : la principale d'un paese, la più grande, la più sontuosa" e che il libro "è il risultato di una lunga e paziente inchiesta" di raccolta di informazioni sulla base dei suoi "desiderata circa il santo patrono, la leggenda paesana di esso, i festeggiamenti e spettacoli più rinomati sacri e profani, i pellegrinaggi e tutto ciò che nella celebrazione della festa possa interessare agli studiosi di storia patria e di folklore." (Giuseppe Pitré, Feste patronali in Sicilia, Carlo Clausen, Torino-Palermo, 1900, pp. VII-IX) Secondo Giuseppe Pitrè, "l'uso delle città di mettersi sotto la protezione di una divinità o di un'altra è antichissimo nel mondo; e dev'essere nato dal desiderio di protezione e di tutela, dal bisogno incessante di aiuti soprannaturali che vincano le naturali contrarietà della vita e sollevino dalle miserie ond'è afflitta l'umanità". Ciò è vero presso i popoli greci, basti pensare al caso emblematico di Atene, uno fra i molti che cita il Pitré, e presso i romani. "Col Cristianesimo l'usanza della protezione dei santi si estese anche ai regni; (omissis) I patroni locali continuarono e crebbero" (ivi, p. XIII). "Prevalendo però il capriccio e crescendo per questo il numero dei patroni, la necessità d'un tribunale che disciplinasse la scelta s'impose alla cattolicità; sorse la Congregazione dei Riti e col decreto del 23 Marzo 1630, ordinato da papa Urbano VIII, stabilì certe norme, che formarono poi legge, per il titolo e la condizione del santo da scegliersi, le persone da sceglierlo, il modo da tenere nella scelta e i doveri da assumere nella proclamazione di esso" (ivi, p. XIV). Nella sua introduzione al libro collettivo, da lui curato, dedicato alla festa nelle varie regioni italiane, Alessandro Falassi parte dalla religione romana arcaica per giustificare il mito della passione degli italiani per le feste: a essa infatti risalirebbero le etimologie del vocabolario festivo italiano e da essa discenderebbero "tratti, simbolismi o comportamenti rituali spesso ancora leggibili o decifrabili al fondo delle festività italiane di oggi e dello straordinario palinsesto che tutte insieme appaiono costituire. Il latino arcaico usò festum (e festa al plurale) per "gioia pubblica, giubilo, baldoria" e feria-ae per "astinenza dal lavoro in onore degli dei". Da feria derivò fiera, "mercato o esposizione di prodotti commerciali". Sagra (da sacer) in origine "festa che commemora la consacrazione di una chiesa divenne poi la più laica "solennità con fiera e mercato". (Alessandro Falassi (a cura di), La festa, Electa, Milano, 1988, p. 9). Se a Roma troviamo sempre culti localizzati ed era inimmaginabile un dio che non avesse il "suo posto", "questo gran numero di feste sacre radicate nei luoghi e nel ciclo dell'anno era il risultato della "disponibilità molto romana", come la chiama il Bayet, ad accogliere divinità esterne nel quadro di una religione "nazionale" (omissis). Al momento della cristianizzazione, da una parte i "pagani" erano abituati da secoli alle sincresi, e d'altro canto la nuova chiesa prese e mantenne come politica di evangelizzazione l'attestarsi a connotare feste, usi e costumi purché non fossero in contrasto irriducibile con la propria teologia. Così, si è detto dopo il Saintyves, i santi (e le loro feste) sono stati i successori degli dei (e delle loro feste). Antecedenti, somiglianze iconografiche, analogie funzionali e omologie strutturali, si sono mostrate o ipotizzate per le feste dei santi, specie di quelli "apocrifi", ma anche per le feste mariane che avrebbero sostituito quelle di un gran numero di divinità quali Cibele, Demetra o Persefone, Atena, l'Artemide di Efeso, Diana, Maia e Flora e Cerere, l'Iside ellenistico-romana. Tuttavia, insieme a feste nel segno di un'apparente continuità, la cristianizzazione monoteista del mondo romano ne portò altre radicalmente nuove, legate all'irruzione nella storia di un tempo lineare, progressivo, cumulativo: Natale, Pasqua, Pentecoste. E portò nelle feste dei santi un'idea diversa della gerarchia che faceva dei santi gli intermediari, intercessori, patroni e mediatori tra i fedeli e la divinità, tutt'al più dispensatori di grazie in nomine domini, e non più in nome proprio come le loro supposte controparti "pagane". Come scrive Franco Cardini, già nell'Alto Medioevo erano compiuti il processo di sistematizzazione dell'anno liturgico, la stabilizzazione del culto dei santi, specie quelli locali, e l'istituzione delle loro feste patronali a scandire i tempi del quotidiano (...)" (ibidem). Invece, Giovanni Battista Bronzini, nel suo contributo, nello stesso libro, dedicato alla Puglia, ritiene opportuno partire dal presente, richiamando il primo convegno regionale dei comitati delle feste patronali e bande musicali, tenutosi ad Adelfia (Bari), nel 1987. "Che si sia tenuto un convegno a livello regionale, con finalità anche culturali ma prevalentemente organizzative, costituisce un fatto nuovo nella dinamica di una istituzione storica e sociale, la festa, che, differenziata nelle motivazioni campanilistiche, tende sempre più a omologarsi nelle strutture e che, per il suo crescente sviluppo economico e per l'accertato impulso commerciale che favorisce, non può non adeguarsi ai sistemi moderni di programmazione, realizzazione e conduzione. Ciò significa che dalla fase spontanea si è passati alla fase industriale, dalla festa artigianalmente improvvisata alla festa industrialmente organizzata, dalla festa circoscritta in un ambito paesano alla festa intercomunitaria, sino a farla diventare attrazione turistica di estensione nazionale e internazionale. E' un processo irreversibile di omologazione e modernizzazione che, se fa perdere qualche elemento di spontaneità individuale, ne fa acquistare altri di maggior rilievo sociale ed economico, nello sforzo di partecipare e far partecipare al "festivo", come tempo contrapposto al quotidiano e come modo di "fare" e godere la festa, arricchendone l'apparato strutturale di elementi essenziali, apparentemente di contorno, quali musica, luminarie, fuochi pirotecnici, fiere e mercati." (Giovanni Battista Bronzini, Mo' àmma cantà a san Michele/Puglia, in A. Falassi (a cura di), La festa, Electa, Milano, 1988, p. 166)
Categoria:
- festa-cerimonia
Scheda
- BABDI000002
- 16
Ente schedatore: R16 Regione Puglia
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Ente: R16 Regione Puglia
Responsabile scientifico della ricerca:
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Regione Puglia





